Intervento agli Stati Generali dell'Udc
Interventi - Politici
Chianciano, sabato 12 settembre 2009

Care amiche ed amici,
grazie per l'invito che mi avete rivolto.
Cercherò di corrispondere alla vostra disponibilità e amicizia, innanzitutto  con un riconoscimento. Negli ultimi due anni la politica del vostro partito ha segnato dei punti importanti e promettenti. Un'opposizione puntuale e propositiva. Sapendo bene che nel nostro paese è difficile il punto di equilibrio tra moderazione istituzionale e battaglia politica.

Anzi: è sempre più difficile. Siamo passati da un sistema in cui piccoli partiti costruivano la propria fortuna in base a una forte caratterizzazione politica (con dei messaggi aggressivi per conquistare l'attenzione rispetto al ruolo dei grandi partiti) a un sistema opposto. Oggi, il primo partito italiano, anziché essere il luogo della sintesi nazionale, della difesa della coesione del paese, di una guida ispirata da senso di responsabilità ed equilibrio, presenta ogni giorno di più messaggi di divisione, di frattura dell'unità del paese, di esasperazione del conflitto verso istituzioni, corpi dello Stato, personalità politiche, gruppi sociali.

Non ci si preoccupa dei frutti che si raccolgono esasperando questioni delicate come, ad esempio, il governo dell'immigrazione, dell'integrazione e della sicurezza: ci si preoccupa solo di raccogliere voti. E, giorno dopo giorno, si alzano i toni, gli allarmi, si accrescono le fratture interne e le diffidenze internazionali, si divide il paese.

Se, fino a qualche anno fa, il premier sembrava in grado di gestire una politica senza rompere con la Lega -posta in una condizione marginale - oggi è la Lega che detta legge. Forma l'agenda del governo, impone i messaggi che contano, si prepara a lanciare la sfida per la prevalenza del suo potere, del suo radicamento, nel grande Nord del paese.

Il centrodestra è diventato destra. E la sofferenza e insofferenza cui è portato il Presidente della Camera Gianfranco Fini, fondatore del PdL, richiama la crescente difficoltà che ha portato Pierferdinando Casini e il vostro partito a interrompere l'alleanza di centrodestra e ad iniziare a percorrere orizzonti nuovi.

Sarei ipocrita, se nascondessi le difficoltà che ci sono nel partito che io ho contribuito a fondare, il Partito democratico. E' un partito concepito per dar vita a un'alternativa democratica e riformatrice; a competere nel centro della società italiana. Vedremo dal Congresso che è in corso - è in quella sede, e non qui, che io esprimo ed esprimerò le mie opinioni - se riusciremo, come spero, ad iniziare un cammino nella direzione giusta.

Ma una riflessione di fondo può essere condivisa: la società italiana è mutata in profondità. Se Tony Blair ha capito quasi 15 anni fa la tendenza per cui oggi nella società britannica - dove è nata la rivoluzione industriale - appena il 16% della ricchezza prodotta viene dall'industria, e che dunque competizione politica e innovazione del governo avrebbero dovuto esercitarsi non più secondo gli schemi del vecchio partito laburista, della pur gloriosa socialdemocrazia novecentesca, questo non è meno vero nel nostro paese. Non abbiamo immaginato il PD per risolvere, così tardivamente, la questione della socialdemocrazia in Italia.

Oggi il nostro è un moderno paese laico. Un paese in cui il mondo cattolico è meno forte e, per certi versi, meno vitale che in passato, ma è più influente; non per una presunta ingerenza ecclesiale, ma perché rappresenta valori e dà risposte di cui la società civile ha bisogno, e che altri non danno più da tempo. Nessuno abbia paura che questa ricchezza si esprima nello spazio pubblico. E diciamo forte che noi qui siamo accomunati dalla rigorosa difesa della distinzione tra "ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio." In questo consiste la laicità repubblicana.

Nel nostro paese, la predisposizione degli italiani all'individualismo - che è un bene, per la parte dell'intraprendenza che fa grandi tante attività creatrici di ricchezza - ha bisogno di una politica forte che sappia tutelare il bene comune, non dell'esasperazione della guerra di tutti contro tutti. A questo servono istituzioni forti, che non possono essere un vestito di Arlecchino sempre più predisposto per essere strappato.

Poche settimane fa, abbiamo sconfitto l'assurdo referendum sulla legge elettorale, che i promotori avevano apertamente legato al proposito di introdurre in Italia il bipartitismo. Il bipartitismo, in Italia, sarebbe un grande male. Perché metterebbe una camicia di forza sopra il vestito di Arlecchino.  

Invece, noi abbiamo bisogno di una democrazia dell'alternanza matura. E questo paese, forse, ha iniziato una strada giusta già facendo funzionare una clausola di sbarramento elettorale del 4-5%: questo permette di farla finita con un panorama formato da una ventina di partiti - che, più piccoli sono, più esercitano il loro ricatto - approdando a un numero ragionevole di soggetti nazionali. 6 o 7 forze politiche capaci di riassumere i grandi orientamenti del popolo italiano.

Qui si inserisce, certo, il tema delle alleanze. E qui io vorrei invitare tutti noi, il PD, l'UDC, a raccogliere l'appello di un uomo saggio, Lorenzo Dellai, che ha conseguito costanti successi ed ha preservato l'esperienza del buongoverno trentino e della migliore tradizione che nasce dalla cultura degasperiana arginando il populismo delle destre e della Lega: occorre più lungimiranza, che tattica. Occorre la capacità di formare le alleanze in base a ciò che unisce, e che risolve: come mi ha detto Shimon Peres, co-fondatore di Kadima "non se ne può più di chi parla sempre delle regole, e poco delle scelte da fare. Tu non scambieresti un bel quadro con una bella cornice".

Perché, quando parliamo delle scelte, dei contenuti, io preferisco discutere, anziché guardando dal buco della serratura quello che accade nelle camere da letto, quello che non accade nelle camere parlamentari.
 
Perché una democrazia che governa e decide non può fare a meno di un Parlamento forte, come dimostrano paesi con esecutivi forti e parlamenti forti, come gli Stati Uniti. Il disprezzo per il Parlamento è qualche volta figlio, ma altre volte padre delle dittature.

Ed apprezzare l'equilibrio tra poteri che è vivo in altre democrazie dovrebbe spingerci a riflettere sulla carenza di cultura liberale nel nostro paese. Ad esempio, più che paragonare Berlusconi a Hitler - e le sue polemiche con i magistrati allo sterminio degli ebrei - come ha fatto Di Pietro, aiutando, ancora una volta, Berlusconi, dovremmo sollevare il problema di un premier che pretende di non essere giudicato (e fa approvare una norma che impedisce che si aprano procedimenti nei suoi confronti) mentre intraprende procedimenti in sede giudiziaria nei confronti di chi reputa lo abbia diffamato. Del tutto legittime, ovviamente, le sue iniziative giudiziarie. Ma del tutto assurde, rispetto agli articoli 3 e 24 della Costituzione, se contemporaneamente nessun cittadino è abilitato a fare altrettanto, come si deve in uno Stato di diritto!

A Pierferdinando, a Lorenzo, a Bruno Tabacci, a Savino e a tutti gli amici dico: non ragioniamo però dentro orizzonti ristretti, come forze politiche che hanno un'identità importante, ma una dimensione insufficiente per i problemi sempre più difficili del nostro paese. Da questo mese di settembre crescerà l'evidenza della crisi per le imprese, la perdita di posti di lavoro, una sfiducia diffusa tra i cittadini; si apriranno nuovi conflitti nel campo giudiziario; si moltiplicheranno le tensioni nella maggioranza di governo. Saliranno le voci, nelle opposizioni, di chi vuole radicalizzare i problemi. Non per risolverli; ma perché immagina di guadagnare posizioni proprio dal fatto che non siano risolti.

Guardare oltre la crisi, significa lavorare per unire le forze che vogliono ragionare, che vogliono costruire, che vogliono incontrarsi al servizio di un'Italia in cui la larga maggioranza dei democratici, moderati e riformatori - dopo questi lunghi anni di frammentazioni che hanno aperto la strada al populismo - trovi finalmente un approdo stabile e sicuro.

Ho fiducia che creeremo insieme le condizioni per raggiungere questi obiettivi; ho fiducia che questo impegno comune risponderà all'attesa di moltissimi italiani ed italiane.