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Intervento alla Giornata di Studio “Ricordare Oriana Fallaci” New York Public Library - 29 giugno 2007 Mi è stato chiaro, nei giorni successivi alla morte di Oriana Fallaci, il dovere di un tributo da dedicarle e ne ho parlato immediatamente con Edoardo Perazzi. Insieme abbiamo scelto di sviluppare, anche con la collaborazione decisiva dell’RCS, del Corriere della Sera, questa serie di appuntamenti che vi saranno presentati oggi e che, come ha ricordato Cannavò, hanno avuto inizio ieri all’Istituto di Cultura – approfitto per rivolgere un saluto al suo Direttore, Angelini, che per ragioni di salute non può essere qui con noi, ma si è molto impegnato per la riuscita di questi eventi. E’ forte il sentimento di un omaggio necessario da dedicare, innanzi tutto come Ministro della Cultura, questa grandissima scrittrice e giornalista, con il suo stile assolutamente unico, che il Presidente della New York Public Library ha giustamente collegato alle tradizioni italiane, alla lettura e alla dimensione dello spazio pubblico, che è uno spazio fisico ed uno spazio interiore, ed è uno spazio della democrazia. Mi pare anche questo un legame molto bello e molto significativo. E’ doveroso da parte mia un tributo alla Fallaci anche come rappresentante del governo italiano, perché Oriana Fallaci è stata una grande, grandissima italiana, e questo nonostante i suoi tormenti, nonostante le sue amarezze, nonostante le sue asprezze, non lo dobbiamo dimenticare mai. Scrive, il 29 settembre 2001: “Questa Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita, o irrisa o insultata guai a chi me la tocca, guai a chi me la ruba, guai a chi me la invade”. Il tributo naturalmente viene fatto come istituzione ma, se mi consentite, anche sul piano personale. Io non avevo alcuna confidenza con Oriana Fallaci, credo di essermi meritato solo una brevissima benemerenza quando, interpellato dal New York Times ,dissi che la Fallaci, anche nei momenti più aspri delle polemiche politiche, non avrebbe mai dovuto essere letta in chiave di banalizzazione politica. Era una scrittrice immensa e una giornalista unica, e il suo linguaggio libero e fluente era tale da ridicolizzare le letture politiche convenzionali. Oggi siamo a New York, nel giorno del suo compleanno, per il primo degli avvenimenti che ricordano la Fallaci, e poi a settembre, in Italia, e successivamente in occasione dell’anniversario della morte. Penso sia giusto iniziare da New York, una città in cui paradossalmente – essendo una megalopoli per alcuni tanto estraniante – lei aveva cercato e trovato l’isolamento di cui sentiva bisogno. Tutti noi, interpellati dalla stampa e dalle televisioni sulla Fallaci, al momento della sua scomparsa, abbiamo usato la parola “passione”, “appassionata”, per descriverla e tuttavia credo che questo possa alla lunga divenire una diminuzione nel giudizio nei confronti della Fallaci. Vorrei citare un brano che lei ha scritto, tratto da Insciallah: “Il linguaggio parlato è per sua natura sciatto e impreciso, non dà tempo di riflettere, di usare le parole con eleganza e raziocinio, induce a giudizi avventati e non fa compagnia perché richiede la presenza di altri. Il linguaggio scritto, al contrario, dà tempo di riflettere e di scegliere le parole, facilita l’esercizio della logica, costringe a giudizi ponderati e fa compagnia, perché lo si esercita in solitudine, specialmente quando si scrive, la solitudine è una gran compagnia”. Ovvero, la sua battaglia, le sue battaglie non possono essere mai definite, io credo, come battaglie emotive, pur avendo una dimensione, un carattere formidabile di passione e anche di emozione, così come credo che la Fallaci dovrà essere ricordata come una icona del XX secolo, perché non può essere certamente definita anti-fascista né anti-comunista, ma sicuramente come anti-totalitaria e dunque alternativa alle correnti che hanno minato il mondo del XX secolo. Lei sarà certamente ricordata perché nella sua formidabile esperienza di vita che sarà ripercorsa in questa giornata, c’è questa cesura all’inizio del XXI secolo, una data che non c’è bisogno di leggere come una data unica, un tornante della storia, ma che lei ci aiuterà negli anni e nei decenni a leggere come un tornante per l’Occidente. E questo è un’altra regione del tributo che bisogna dare a questa donna che io, da Ministro della Cultura italiana, considero un patrimonio nazionale del nostro paese. Nella prima parte della sua esperienza umana, è prioritaria la riflessione sulla “belva totalitaria”, la “belva” del totalitarismo: se l’Occidente non produce più valori, se perde la propria identità apre la porta al “mostro”, indicato da Brecht, il totalitarismo. Ma è dopo l’11 settembre che la Fallaci, nell’analizzare la crisi dell’Occidente, alla sua maniera, ci dipinge quella che sarà la sfida del XXI secolo. In un Occidente che conosce una crisi per cui nella democrazia una società non si organizza più attorno ad alcuni fondamenti, dunque non dispone più di valori di riferimento condivisi nell’economia, nella cultura, nell’estetica, nella teologia, nella politica e quindi non si interroga più sulla verità e sulla propria identità, il rischio è che da questa assenza di fondamenti si scivoli in una sorta di generalizzata alienazione. Considero questa riflessione un contributo importante che la Fallaci ha dato al dibattito occidentale e che lo si debba approfondire. Tornando al tema della passione e della nostra debolezza, della fragilità del nostro Occidente, lei scrive in un articolo su La Stampa del 16 settembre 2006, che i fondamentalisti hanno qualche cosa che a noi manca ed è la passione, la fede e la passione nel male, in negativo ma l’hanno, mentre noi non l’abbiamo più, l’abbiamo persa, la nostra società ha inaridito l’animo, ha inaridito il cuore della gente e perfino nei rapporti amorosi c’è meno passione in quanto la fede nel nostro mondo è una parola quasi sconosciuta, e questa mancanza di passione si riflette nella nostra vita quotidiana, perché al posto della passione abbiamo il benessere, la comodità, il raziocinio: tutto quello che siamo è frutto di raziocinio, non di passione. Ieri sera ho avuto un’occasione molto singolare di incontro con Henry Kissinger che, se fosse intervenuto in questa conferenza avrebbe certo fatto la parte del leone. Sappiamo bene, come scrisse il Los Angeles Times, che nessuno tra i potenti della terra poteva negarsi alle interviste della Fallaci, e credo che per un certo numero di anni Kissinger si sia assai pentito di non essersi negato a una delle più celebri interviste della Fallaci. Io sono andato a cena ieri sera con Kissinger e gli ho chiesto un messaggio da dare quest’oggi e lo riassumo fedelmente, credo, così: “io non ho detto quelle cose nell’intervista alla Fallaci, tra she has got the tapes, lei aveva i nastri, e perché non li ha tirati fuori? Figurarsi se tirava fuori, orgogliosa e risoluta com’era, i nastri. Ma in effetti oggi dico che avrei potuto dirle quelle cose nell’intervista, lei mi ha interpretato bene. E ha aggiunto, come nelle storie di Polibio, le frasi attribuite ai personaggi della storia, lui non le poteva conoscere, ma erano credibili, psicologicamente autentiche, dunque autentiche”. E credo che sia giusto fare questa brevissima ricongiunzione tra una delle pagine più drammaticamente controverse, affascinanti, esplosive della biografia professionale della Fallaci, concludendo il mio saluto, il mio intervento e la motivazione profonda che deve animare il nostro paese nel dare alla Fallaci quello che è della Fallaci. Nessuno glielo potrà togliere, naturalmente, ma è bene che noi glielo diamo, quello che le spetta, ed è bene che iniziamo qui oggi. Sapete che oggi c’è stato un tentativo di attentato, che avrebbe potuto essere devastante, nel cuore di Londra. Non vorrei legare il ricordo di oggi alla notizia dell’attentato sventato perché è bene scindere la figura di una donna che ha tanto marcato la contemporaneità da un avvenimento di cronaca; non è giusto perché noi siamo qui per darle un riconoscimento storico che continui nel tempo, perché abbia ciò che le spetta, dalla più larga opinione pubblica, anche quella che non aveva simpatia per lui, anche quella che ha vissuto del tutto conflittualmente e con asprezza il suo modo di porre le sue grandi questioni. Però credo che ogni avvenimento, anche questo cui mi sono riferito oggi, richiama per noi le ragioni profonde per cui Oriana Fallaci interpella le fondamenta della democrazia contemporanea. Per un uomo politico come me e per tante persone che si misurano con la politica, cioè con quella che per i greci era letteralmente “la vita nella città”, richiama il dovere di declinare gli interrogativi, le sfide, i brucianti e laceranti richiami che lanciava Oriana Fallaci come gli interrogativi per la democrazia del XXI secolo. Penso che questo sia uno degli argomenti oggi all’ordine del giorno in questo tributo ad Oriana Fallaci. Vi ringrazio. |
