Intervista sul "Sole 24 Ore"
Rassegna Stampa - Quotidiani e Periodici
Ha parlato con Fini e ha mandato un messaggio a Clegg, il leader dei Libdem che a sorpresa ha vinto il match televisivo in Gran Bretagna. Francesco Rutelli, fondatore dell’Api (Alleanza per l’Italia) dopo aver fondato il Pd ed esserne rimasto presto deluso vede un percorso possibile e più ravvicinato per la sua idea di terzo polo. «Clegg è mio buon amico, veniamo dallo stesso gruppo parlamentare europeo, sono molto contento del suo successo e dell’attenzione che ha catalizzato su di sè. Per me era fin dall’inizio la migliore offerta politica sul proscenio inglese».
 
Parla di Clegg per parlare di lei?
Teniamo i piedi per terra. I libdem sono premiati per l'opposizione e le idee nuove. Quanto a noi, se guarda le 4 regioni dove ApI si è presentata e somma i voti con l'UDC, già trova un risultato a due cifre. In pochi mesi, siamo già presenti in quasi mille Consigli comunali. Sapevamo di dover nuotare contro corrente, però di fare la cosa giusta. E il tempo ci darà ragione.

È vero che ha sentito Fini?
Ci siamo parlati. L’ho trovato lucido sul senso della sua scelta, ma anche amareggiato per come viene percepita nel suo schieramento. Quello che non trova nel PdL è il gioco di squadra.
Non è un bluff dunque?
Vede, la politica è una scienza esatta. Lo dico da tempo: se il Pd è un partito mai nato, il Pdl è un partito nato troppo. Fini non ha potuto dire di no nel momento del famoso discorso del predellino che di fatto ha sancito la nascita del Pdl. Ma è stato da subito un partito personale e ora questo nodo è arrivato al pettine nel momeno in cui il suo leader finisce per appoggiarsi alla parte più estrema dello schieramento, cioè la Lega.
 
C’è spazio per un terzo polo Fini-Casini-Rutelli?
Non mi metterei a correre troppo. E non voglio in nessun modo inserirmi indebitamente nel confronto in atto nel Pdl, ma penso che ciò che oggi è minoranza può diventare in un tempo medio maggioranza. L’Italia non è più quella dei due poli, e tanto meno dei due partiti, che hanno perso milioni di voti in pochi mesi. L'astensione, poi, è un segno molto forte. Otto mesi fa ho lasciato il Pd sulla base di un’analisi poggiata su quattro convinzioni: che il pd era destinato a restare un forza di minoranza assimilabile al Pds; che si sarebbe rafforzata l’ala giustizialista che pretende di liquidare il premier nelle aule di giustizia, mentre le soluzioni spettano alla politica; che il Pdl si sarebbe spostato sull'asse con la Lega; che Fini avrebbe rotto il fronte. Non mi sembra di avere sbagliato. Prima il centro destra era Berlusconi-Fini-Casini–Bossi, ora è solo Berlusconi-Bossi.

La mossa di Fini ha accelerato o allontanato le riforme istituzionali?
Le modifiche plebiscitarie fortunatamente vanno in archivio. Per fare le riforme istituzionali utili al Paese serve comunque un equilibrio che oggi non vedo. Ha ragione Fini a chiedere conto al Pdl ad esempio della mancata abolizione delle province: ma come – dice – è nel programma e nel momento in cui la Lega ne conquista qualcuna abbandoniamo tutto?
 
Ma se Fini fa il suo gruppo, l’esito sono le elezioni anticipate?
Non credo sia l’unico esito prevedibile. D’altro canto Fini ha subito annunciato la fedeltà allo schieramento del Pdl. Semmai mi colpisce come sia il Pd a dire che non vuole eventuali elezioni anticipate. È il primo caso al mondo di un partito di opposizione che non vorrebbe giocarsi la chance di ribaltare l’esito delle votazioni che lo ha visto perdere. Su che basi una nuova alleanza politica se non quella delle riforme che nessuno ha trovato il coraggio di fare o il consenso per farle? Certo: significa unirsi per fare le cose che servono davvero al paese in nome di un politica che non sia solo tattica. C'è una nuova pagina bianca da scrivere. Una terza forza è credibile solo così: se si resta ai Guelfi e ai Ghibellini vince sempre Berlusconi. Che però non riesce a riformare questo paese.
 
Quali riforme allora?
Io farei una nuova coalizione della crescita. E' il primo vero punto su cui far convergere le energie del paese, tutte le migliori energie. Bisogna trovare il modo per tagliare la spesa e cambiare il fisco. E aggredire i nodi strutturali su cui Berlusconi (al governo ormai per otto anni negli ultimi 10) non ha fatto nulla: tasso di crescita, tasso di occupazione, livello di sommerso, tasso di produttività. Ma non ci sono i fondi, c’è il secondo debito pubblico del mondo e la concorrenza del debito di altri paese. C’è il debito ma c’è anche la forte sensazione – corroborata dalle dichiarazioni più o meno esplicite che fanno anche alcuni ministri – di un titolare dell’Economia che ha fatto da sponda nella gestione dei fondi solo alla politica del territorio voluta dalla Lega strozzando le altre iniziative. Alla fine la spesa nelle amministrazioni pubbliche è salita del 4%, il conto della sanità è cresciuto ancora, la pressione fiscale è aumentata e allo sviluppo sono finite le briciole.
 
Ora il tema è la riforma fiscale.
Per me la pagina più bella del fisco negli ultimi anni è la detrazione del 36% per i lavori di ristrutturazione: il gettito è aumentato, l’evasione diminuita, il volto del fisco è risultato più amichevole - e oggi dovremmo aggiornarla in chiave di modernità ecologica. Sono anche per una cedolare secca sugli affitti del 20% che avrebbe lo stesso esito (e non una diminuzione di gettito). L’Italia delle dichiarazioni dei redditi non è il paese reale: le aliquote vanno ridisegnate e va recuperata l’evasione fiscale anche creando il conflitto di interessi tra fruitori e prestatori di servizi. Se si dialoga con i professionisti a cominciare dai commercialisti – categoria molto matura – si potranno fare riforme importanti in questo campo e non solo. Penso ad esempio alle liberalizzazioni che i nostri governi hanno imposto senza dialogare con chi temevano avrebbe avuto una reazione corporativa. Ma è stato un errore. La Lega ora è il partito trionfatore. Anche il Carroccio vuole meno tasse sulle pmi e sul lavoro autonomo. La Lega è uno strano partito di governo: una miscela di gestione del potere e di opposizione permanente. Il paradosso è che ha successo perché rifiuta di avere un progetto nazionale.
 
Ma il radicamento sul territorio ha premiato...
È un falso mito quello di chi vuole dipingere la Lega come il nuovo Pci, quello delle sezioni. La Lega è un partito delle balere e dei bar, e non lo dico con disprezzo. Anzi, è un ottimo mezzo per arrivare alla gente, ma arrivarci dai bar radica gli amministratori, ma non aiuta a guardare l'interesse generale. Non c’è un progetto culturale o civile, una visione strategica, c’è solo un gran bel tifo. La Lega non c’è dubbio ha una classe dirigente nuova e giovane, ma forse non è un caso che qualunque giornale straniero la assimili al Fronte nazionale al Bnp o al Blocco xenofobo fiammingo. Insomma, alle formazioni di destra estrema.
 
Ma ora ha conquistato la parte più ricca del paese e punta alla grande finanza.
Io che mi sono battuto nel mio campo quando si ipotizzava di avere una banca rossa, resto sbalordito per il silenzio che circonda la rivendicazione di Bossi di voler suoi uomini ai vertici delle banche. Stiamo tornando alla parte peggiore degli anni 80 con grande disinvoltura. E con poche critiche. E' la stessa disinvoltura con la quale la Lega è passata dal paganesimo del Dio Po al clericalismo di certa retorica sull'aborto. Non mi sono battuto contro i comunisti di ieri per plaudire ai nuovi leninisti padani oggi.